
E’ molto difficile scegliere un punto da cui partire per discutere di qualcosa come la pittura, necessario è osservare, guardare molto. Resterà sempre il dubbio che parlare di pittura sia in realtà una pura e semplice perdita di tempo. Credo però che si possa parlare di momenti, luoghi e personaggi che sono stati incoronati come I GRANDI MAESTRI.
Di stimolo per una riflessione di questo tipo può essere il partire da quella parte della storia dell’arte che alcuni storici hanno considerato la fine. Di certo si tratta di un momento fondamentale di tutta la storia dell’arte. Forse il momento chiave…
Come ogni buon schizofrenico Van Gogh viveva momenti di grande euforia alternati a momenti di profonda depressione, forse, all’apice di questi due momenti Vincent riusciva a raggiungere quel luogo che anche oggi rimane sconosciuto a quasi tutti gli esseri umani. Per trovare una similitudine con quello che sosteneva Witgestein sul linguaggio, è come se Van Gogh avesse utilizzato la pittura come una scala da lavoro, raggiunta la cima della scala e quel luogo, del quale nessuno può testimoniare l’esistenza, se ne è liberato; forse il 27 luglio del 1890, forse in un altro momento.
Tanto possiamo dire su un personaggio del genere, ma non potremmo mai in nessuna maniera testimoniare quella sensazione unica al mondo che proviamo di fronte ad un suo quadro; quella luce che si accende fra spettatore e opera, sempre, qualsiasi sia lo spettatore.
Che la vita dei grandi maestri, di quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella storia, sia sempre costellata da eventi estremamente emotivi, è ormai un dato di fatto. Van Gogh è la dimostrazione forse, però che la sofferenza o l’emotività non sono sufficienti, forse per raggiungere questi luoghi dobbiamo non sapere qualcosa, qualcosa che ci tiene troppo legati a questo mondo.